Visualizzate il Covo, se lo conoscete; e se no usate la fantasia, se l’avete. Un casolare di (ex) campagna, nella periferia di Bologna, ma comunque non così lontano dal centro.
Un gruppetto di inglesi che aveva passato la sera al Covo mi chiese “ma è lontano il centro di Bologna?”, “di dove siete?” chiesi io, “di Londra”. “Allora è vicinissimo”.
Ci si arriva salendo una scala in ferro (risultato della ristrutturazione e “messa a norma”. L’edificio è di proprietà pubblica). Una prima stanza col bar e postazione dj, di fronte alla porta d’entrata sono proiettate le diapositive - una selezione che proviene da un costante monitoraggio della stampa specializzata internazionale - che raccontano la storia del rock, così con gli occhi la vedi e con le orecchie la ascolti (quando si balla c’è chi le spegne perché “fanno troppa luce”, ma c'è chi non è d’accordo); un’altra stanza dove non si balla ma si parla, con sgabelli e accesso al guardaroba; corridoio, bagni e terza stanza col bar piccolo, postazione dj e videoproiezione gigante del concerto in corso, nel caso qualcuno non voglia stare in sala e preferisca guardare dal bar (la gente è strana), dopo il concerto proiezioni di filmografia underground, non solo musicale ma quasi; infine, in fondo, sala concerti, nera, con palco e postazione dj.
Quando in fondo alla via aprirono il Q Bo, il primo locale multimediale d'Italia, al posto del vecchio cinema President, sembrava di stare a Downtown Manhattan, New York, non in San Donnino San Donato, Bologna. La gente che girava da un locale all'altro per una guerra all'ultimo concerto. Il Q Bo chiuse i battenti nel 1987.
Nel corso del tempo dentro a queste stanze ci sono state delle sale-prova e anche una palestra. Sono trent’anni che questi muri contengono gente che pensa, parla, ascolta, si diverte e si scambia idee e opinioni e poi tanta musica, suonata - da chi diventerà una star o da chi continuerà a farlo per pura passione - ascoltata e ballata da intere generazioni di giovani che poi crescono e ogni tanto tornano, perché molti non riescono a stare lontani dal Covo, una volta che ci sono entrati.
“Ti ricordi quando Pete Doherty e Carl Barat si sono sono presi a cazzotti!?” “Era chiaro che i Libertines si sarebbero sciolti” “E quella sera di anni dopo che Pete è tornato al Covo per passare una serata?” “Non c'ero! Però mi ricordo il dj-set di Alan McGee della Creation Records...sembra un becchino non quello che ha scoperto gli Oasis!”
Certo che capita la serata sbagliata, con poca gente, il concerto che non ti piace o il dj che litiga con i livelli. A proposito, al Covo non si possono “suonare” brani in mp3, se proprio un dj ne sente la necessità si porta il suo laptop da casa. I cd è chiaro sono comodi, ma arriva sempre il momento del vinile.
“Ma è vero che Bob Dylan in concerto a Bologna ha chiesto di vedere il Covo e l'ha trovato chiuso?” “Certo che è vero!”
Perché, nonostante tutto, l'aggregazione giovanile, la “Bologna del fare”, la cultura musicale (Bologna città della musica....), nonostante tutto questo, per tanti anni si sono alternate chiusure da parte della Autorità per problemi di “ordine pubblico”, quando sarebbe bastato regolarizzare una situazione esistente e funzionante che come tutte le attività pubbliche ha un impatto pubblico, che bisogna gestire, anche se è più facile proibire. E' dovuto arrivare il 2006, adesso l'associazione culturale che gestisce il Covo ha in atto un convenzione col comune di Bologna. E il Casalone/Covo può compiere 30 anni di vita e festeggiarli con un festival.
“Le hai viste le centinaia di foto che sono sul sito del trentennale e l'elenco di tutti i gruppi che hanno suonato? Che storia. C'è anche il programma del Festival (25 marzo-3 aprile), vai a vedere su www.covoclub.it”